Quando l’attenzione istituzionale non produce cambiamento
Questo articolo nasce dall’osservazione diretta dei territori interni dell’area Etna-Alcantara, un contesto che concentra molte delle fragilità, ma anche delle contraddizioni, delle politiche di rilancio. .
EtnaVerso parte da qui: leggere i problemi reali delle comunità prima di immaginare soluzioni o forme organizzative.
Le aree interne siciliane sono da anni al centro di strategie, politiche pubbliche e programmi di rilancio, ma i risultati strutturali continuano a essere fragili e discontinui.
Se ne parla nei documenti di programmazione, nei convegni, nei bandi europei e nei comunicati istituzionali. Il problema, però, è che a questa attenzione formale non è corrisposto un cambiamento sostanziale nella vita quotidiana dei territori.
Secondo le definizioni adottate dall’ISTAT e dal Dipartimento per le Politiche di Coesione, molte delle aree interne siciliane rientrano nelle categorie di territori periferici o ultraperiferici, con forti criticità di accesso ai servizi essenziali.
I numeri lo mostrano con chiarezza. Lo spopolamento continua, l’età media aumenta, i servizi essenziali si riducono o si allontanano. In molti comuni dell’entroterra vivere significa adattarsi a una condizione di inefficienza permanente: tempi più lunghi per curarsi, per studiare, per spostarsi, per lavorare. È da qui che nasce la scelta di andare via, molto più che dalla mancanza di idee o di attaccamento al territorio.
Il paradosso delle politiche per le aree interne siciliane
Il paradosso è evidente: le politiche per le aree interne non sono mai state così numerose come negli ultimi dieci anni, eppure i risultati strutturali restano deboli. Questo non accade perché “mancano i fondi”, ma perché il modello su cui si fondano molti interventi è intrinsecamente fragile.
La Strategia Nazionale per le Aree Interne, spesso data per superata, in realtà esiste ancora ed è stata riformulata nel ciclo di programmazione 2021–2027 attraverso un Piano Strategico Nazionale aggiornato. Non siamo quindi di fronte a un vuoto di politiche, ma a un sistema che si è fatto più complesso, multilivello, difficile da governare per territori che già partono in condizioni di debolezza amministrativa e istituzionale.
Il nodo meno visibile: la capacità locale di reggere la complessità
Ed è qui che emerge uno dei nodi principali. Le aree interne non soffrono solo di marginalità economica, ma di una cronica carenza di capacità locale. Molti piccoli comuni non dispongono delle competenze, del personale e del tempo necessari per gestire processi articolati, che richiedono progettazione integrata, coordinamento tra enti, continuità nel tempo.
In questo contesto, anche le misure più ambiziose rischiano di ridursi a una sequenza di progetti isolati, incapaci di produrre effetti duraturi. Non per cattiva volontà, ma per limiti strutturali del sistema territoriale.
L’equivoco dell’impresa come soluzione universale
Un altro equivoco ricorrente riguarda l’idea che basti “fare impresa” per risolvere i problemi dei territori. L’impresa viene spesso evocata come soluzione universale, ma senza interrogarsi sull’ecosistema in cui dovrebbe operare.
Senza servizi, senza domanda stabile, senza reti e infrastrutture, anche le migliori iniziative imprenditoriali finiscono per reggersi solo finché sono sostenute da risorse pubbliche. Quando il finanziamento termina, termina anche il progetto.
Comunità coinvolte, ma raramente responsabili
A questo si aggiunge una partecipazione delle comunità locali spesso più dichiarata che reale. Nei documenti si parla di coinvolgimento, co-progettazione, inclusione. Nella pratica, le decisioni strategiche vengono prese altrove e il territorio è chiamato ad adattarsi.
In queste condizioni è difficile che si sviluppi un senso di responsabilità collettiva. Ciò che non nasce da un bisogno riconosciuto difficilmente viene difeso e portato avanti nel tempo.
Una verità scomoda: l’obiettivo spesso è la tenuta, non la trasformazione
C’è poi un aspetto più scomodo, ma centrale. Molte politiche per le aree interne non puntano realmente alla trasformazione, bensì alla tenuta. L’obiettivo implicito non è rendere questi territori competitivi o attrattivi nel lungo periodo, ma evitare il collasso definitivo.
È una scelta politica comprensibile, ma che va riconosciuta per quello che è. Se il traguardo è la resistenza, i risultati non possono essere letti come fallimenti in senso stretto, ma come esiti coerenti con un’ambizione limitata.
Dove, nonostante tutto, qualcosa funziona
Eppure, non tutto è da scartare. I pochi casi che mostrano segnali di funzionamento condividono alcune caratteristiche ricorrenti: nascono da bisogni concreti, crescono lentamente, costruiscono competenze locali e accettano il limite come dato di partenza.
Non sono modelli da esportare in serie, ma processi profondamente radicati nel contesto in cui operano.
Perché EtnaVerso parte da qui
È proprio da questa consapevolezza che nasce EtnaVerso. Non come progetto di rilancio, né come piattaforma di promozione territoriale, ma come spazio di analisi critica.
Un luogo in cui leggere le politiche per quello che sono, senza demonizzarle né celebrarle, e in cui provare a restituire complessità a territori che vengono troppo spesso ridotti a slogan.
Conclusione: meno illusioni, più onestà
Le aree interne siciliane non hanno bisogno di nuove narrazioni rassicuranti. Hanno bisogno di scelte più oneste, di tempi lunghi e di figure capaci di fare da ponte tra istituzioni, comunità e realtà produttive.
Continuare a ripetere gli stessi modelli, cambiando solo il nome dei programmi, è l’unica strada che garantisce il fallimento.